Diavolo Rosso dimentica la strada

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La sventurata apparizione di Giovanni Gerbi al primo Giro d’Italia del 1909

– Dio faus! – bestemmia il Diavolo Rosso.

Giovanni Gerbi, chino, piegato sulla ruota spezzata è un povero diavolo, e rosso di fresca sbucciatura è solo il suo ginocchio sinistro.

– Dio faus! – stride di rabbia il campione, mentre strappa via dal groviglio di telai, pedivelle e manubri la sua Bianchi ferita. Un piccolo gioiello d’acciaio, tirato a lucido per la grande battaglia, pronto a sostenere la sfida di 2500 chilometri di polvere e sassi, fango, banchine ghiaiose, salite sotto il sole e discese nel fango.

Il primo Giro d’Italia. Milano, notte del 13 maggio 1909, partenza dal rondò di Loreto.

Folla di gente, ressa di spinte, di grida, Mille, forse duemila persone. Bar e caffè sono rimasti aperti fino a tardi. La Milano sportiva non vuole perdersi per niente al mondo l’evento: sono le 2 di notte e sembra di essere in piazza del Duomo la domenica mattina. Ma Milano è la capitale della bicicletta: in quel 1909 dei 504.000 velocipedi che circolano sul suolo nazionale, quasi 27.000, più del 5%, girano per Milano. In città, l’anno dopo, nel 1910, le bici dei milanesi aumenteranno a sfiorare i 40.000, con un incremento del 50%: effetto del primo Giro d’Italia.

– Si parte, si parte! – le voci si rincorrono, rimbalzano.

Sono in 127 sulla linea dello starter. I piedi puntano sui pedali, i garretti sono tesi, le schiene già curve. Marley, il cronometrista, abbassa la bandierina dello starter. Ecco sono partiti. Si alza il clamore della folla. Lampi di magnesio fulminano la penombra.

Un chilometro, poco più. Cascina Molinello, dove finita la città inizia la campagna: una caduta. Sono una decina. Dicono un bambino, forse uno scarto.

– Uno sgarro! Un agguato! – urla Gerbi.

 

A lui, al campione! Al favorito! A Giovanni Gerbi, da Asti, primo italiano al Tour de France del 1904. Quello che ha vinto la Coppa del Re, la Milano-Alessandria, la Corsa Nazionale, la Milano-Firenze, la Roma-Napoli-Roma, la Coppa Savona, il Giro delle Antiche Province.

A lui che ha vinto il Giro di Lombardia del 1905 e poi quello del 1907, quaranta minuti di vantaggio su Garrigou, prima di essere squalificato (Maledetti! Cosa c’entrava lui se i suoi tifosi a un passaggio a livello avevano tirato giù di bicicletta Georget, il suo compagno di fuga, e l’avevano trattenuto un poco per offrirgli un tamarindo!).

Un agguato, una trappola, proprio a lui, a Giovanni Gerbi! Che di solito gli agguati li fa, non li subisce. Insidie, inganni, ruses come dicono i francesi. A decine, disseminati lungo i percorsi; con una banda di fidati fiancheggiatori ben appostati. Finti stradini che buttano ghiaia sulla banchina tra lui in fuga e gli inseguitori; false indicazioni stradali; qualche semina di chiodi…

A lui, al Diavolo Rosso. Prepotente, furbo, quasi perfido. Il Delinquente, lo chiamano in gruppo: altro che Diavolo Rosso.

Una maglia rossa stantuffando forsennata sui pedali irrompe nel bel mezzo di una processione di paese nel Monferrato; scarta appena le bigotte col rosario e i chierichetti con croce e turibolo; sfiora la portantina con la statua della Madonna.:

– A chi l’è cul là? Al Diau??? – gli grida dietro il parroco. E il battesimo, con tanto di sacramento, è presto fatto: Diavolo Rosso!

 

Ma eccolo lì, adesso, alle 3 di notte, periferia di Milano, il Diavolo Rosso! Il re della ruse colpito dalla guigne. Proprio un povero diavolo. Le lacrime, la rabbia, la ruota spezzata. Inutilizzabile. Per regolamento i ciclisti devono ripararsi da soli la bicicletta. Però, appunto, sono le 3 di notte.

Questa è la “Gazzetta” che racconta “Il dramma di Gerbi”: «Nel primo chiarore dell’alba nascente, brancolerà un uomo, come sperso, in cerca di un vilissimo cerchio metallico da buttare in faccia alla Sfortuna, passerà un bronzeo volto rigato di lagrime e con la febbre negli occhi, in cerca di un volto amico, di una parola di conforto, di leva, un martello, di una fucina».

Nell’officina della Bianchi più vicina, quella di in via Nino Bixio, a Porta Venezia, Gerbi troverà anche un commissario di corsa, attento a controllare che la macchina, come da regolamento, venga riparata dal corridore senza aiuto alcuno d’altri. Ci metterà tre ore prima di rimettersi in sella, e all’inseguimento (?!) di tutti gli altri, che a quest’ora hanno già passato Bergamo.

Ma «è nelle sventure che si provano i forti – scrive ancora l’epicinista della Rosea – e noi ci auguriamo che il temuto astigiano, più forte di animo, si riscatti dalla sventura, noi auguriamo che gli risorrida quella Gloria, che da qualche tempo si è fatta arcigna per lui. Ancora sette tappe, rimangono a compiersi: la prima non è una sconfitta, è una sventura. Il Nero è comparso anche troppo alla roulette della Fortuna sportiva. Perché non pensare che il Rosso sia alla vigilia di un magnifico ritorno?».

 

Non ci sarà ritorno, per il Diavolo Rosso. Gerbi non si libererà più del suo fardello milanese di minuti di ritardo e per lui Giro sarà un calvario: altri incidenti, altre cadute. La gente sulle strade lo riconosce, lo applaude, lo incita. Ma il campione più amato, quello più odiato dai colleghi non si rialzerà. Tredici giorni dopo, il 26 maggio, il Diavolo Rosso dimentica la strada del Giro nella tappa Firenze-Genova: fiaccato dalle sfortune e dalle cadute, mette il piede a terra, e si ferma a bene un’aranciata.

Contro luce tutto il Giro se ne va.

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