In viaggio con Breccia, parte 4: da Todi

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La sesta tappa è l’ultima prima di arrivare a Roma il giorno successivo. La traccia prevede la partenza da Todi e l’arrivo ad Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano. Il viaggio inizia subito con la salita verso Todi iniziata a freddo.

A metà mi devo già fermare, non vado più avanti dopo solo pochi metri fatti. Spingo la bici per qualche metro ma mi accorgo subito che faccio più fatica a spingere che a pedalare. Risalgo in sella, me ne faccio una ragione e proseguo a spingere in piedi sui pedali col rapporto più agile. In cima sono già stanco e sudato. Mi fermo, bevo e riparto.

La direzione è Orvieto. Devo subito scalare un passo non prima di aver preso il corso del Tevere e aver attraversato la sponda del lago di Corbara. Il tempo è bello, il sole splende ma, in lontananza, vedo nuvoloni abbastanza scuri che, un po’, mi fanno preoccupare. Scalo il mio passo velocemente e in agilità e arrivo a Orvieto. Anche qui la città inizio a vederla arroccata sulla collina dal basso. È splendida e imponente.

La salita fino ai piedi delle mura è pazzesca. La più difficile fatta fino ad ora. Si tratta di una via pedonale. Le pendenze sono quasi impossibili da fare in bici. Mi devo fermare a prendere fiato almeno 3 volte. Una volta dentro le mura invece le pendenze sono più abbordabili. Subito all’ingresso della città c’è il belvedere da cui si scorge la città bassa e tutta la valle. Luogo incantevole. Orvieto è bellissima. Anche qui ci sono viottoli in salita ovunque e un lungo corso che porta in cima alla città.


Non c’è la ressa che ho trovato a Gubbio, Assisi e Spoleto. Forse Orvieto è meno famosa e turistica ma ugualmente bella. Un po’ come Todi, Spello e Trevi. Meno gente, luoghi più vivibili ma belli quanto quelli più famosi e affollati. Le logiche del turismo di massa ho sempre fatto fatica a comprenderle. Come chi va alle Maldive senza prima aver visto Orvieto.

Uscito dalla città prendo la direzione per il lago di Bolsena su strade secondarie e ho il solito passo da scalare. Le nuvole che vedevo la mattina, in cima al passo sono ora tutte sopra di me. Nere, brutte. I tuoni forti e prorompenti rimbombano nel cielo. Inizio la lunga discesa verso Bolsena iniziando a sentire le prime gocce d’acqua.

A metà discesa la pioggia è forte. Mi fermo sotto un albero a indossare la mantellina, l’unica cosa che mi sono portato contro la pioggia. La pioggia ora è veramente forte.

Riparto e subito iniziano le viste dall’alto sul lago di Bolsena. Non m‘interessa la pioggia battente, rallento e mi fermo ad ammirare il panorama, che con la pioggia mi sembra ancora più bello. La pioggia aumenta e inizia anche la grandine. La sento rimbalzare sul mio casco. Sono a Bolsena.

Scorgo un locale sulla destra con i tavoli sotto una tettoia. Mi infilo subito con tutta la bici. Sono bagnato come un pulcino. Ordino subito panino e birra. Tolgo l’antipioggia e anche scarpe e pantaloni. Resto seduto in boxer, tanto non c’è nessuno e i miei boxer a quadrettoni sono bellissimi, anche più dei pantaloni.

Stendo tutto davanti al motore dell’aria condizionata interna al bar. Nel giro di mezz’ora è tutto asciutto.

Gli stratagemmi e l’inventiva quando sei in viaggio da solo e, in qualche modo, te la devi cavare sono sempre degni di nota.

La pioggia continua a cadere senza soluzione di continuità. Con intensità inferiore rispetto a prima, ma piove. I miei indumenti sono asciutti e anche caldi grazie al motore del condizionatore. Mi rivesto e riparto.

Faccio tutta la sponda del lago di Bolsena sotto la pioggia battente e inizio la salita verso Montefiascone. Smette di piovere. La salita è dura. Con indosso l’antipioggia sudo e creo calore che asciuga subito gli indumenti bagnati. Arrivo a Montefiascone con un vento fortissimo. Salgo al Belvedere. Il panorama è splendido. Si vede il lago sotto e le zone di pioggia sono percettibili. Il lago dall’alto e il cielo nero che butta forte pioggia su quasi tutto il lago, ad esclusione di dove sono io, è una vista pazzesca

Il vento aumenta sempre più. Mi devo attaccare alla balaustra e tenere la bici con l’altra mano. Dall’alto del belvedere percepisco chiaramente l’approssimarsi di una tromba d’aria. Scappo non senza difficoltà dovute al forte vento. A fatica, con bici a spinta, attraverso la strada e m’infilo in una piccola e stretta via fra le case. Con una mano mi attacco alla maniglia di una porta e con l’altra tengo saldamente la bici attaccata al mio corpo. La tromba d’aria passa in fretta, 5 minuti non di più. Apparentemente non lascia danni ma io, comunque, mi sono cagato sotto. Cessato il vento forte, salgo in sella e scappo via in discesa verso Viterbo per la via Francigena.

La via, in discesa, è ancora lastricata di sassi dell’epoca dei romani levigati dal tempo e bagnati dalla pioggia. È una discesa molto complicata dove rischio di cadere più di una volta. Sulla strada per Viterbo, torna a piovere. Oramai rassegnato, proseguo lentamente. Arrivo a Viterbo e poi al lago di Vico tutto sotto la pioggia.

Non entro in Sutri tanto diluvia e proseguo dritto. Piove fino all’ingresso del parco regionale del lago di Bracciano. Smette ed esce un pallido sole. Ne approfitto per fermarmi su una panchina nel parco e stendermi al sole per cercare di asciugarmi. Il sole, da pallido, diventa splendente e io proseguo la mia sosta godendone ampiamente.

Prendo la bici, metto un po’ di olio dove serve sul cambio e sulla trasmissione e riparto. Ce l’ho quasi fatta, mancano solo 20 chilometri e ora c’è il sole e fa anche caldo. Pedalando si asciuga tutto e arrivo ad Anguillara Sabazia asciutto, pulito e profumato. Oggi è stata dura ma anche questa volta ce l’ho fatta e non dimenticherò facilmente questa giornata.


L’ultima tappa prevede l’arrivo a Roma in soli 40 chilometri da Anguillara Sabazia. L’ingresso a Roma è molto problematico. Il traffico e il caos generale mi creano numerosi problemi. Percorro la Cassia e poi la via Trionfale. Tutto bloccato. Non si passa nemmeno in bici. Arrivato a Roma, la trovo invasa dai turisti. In bici è impossibile muoversi. Anche se prendo strade alternative, le trovo invase dalle auto buttate ovunque. Faccio un breve giro al Colosseo, in Piazza di Spagna e alla Fontana di Trevi e decido di allontanarmi dalla confusione.


L’obiettivo del mio viaggio non è Roma, quello è già stato ampiamente raggiunto, Roma è solo la meta finale. Sono già stato a Roma tante volte e, in bici, con quella confusione, non riesco a godermela. Mi concedo un abbondante pranzo e alle 14 prendo il treno che, dopo un cambio a Pisa, in 10 ore mi conduce a Milano da dove risalgo in sella per gli ultimi 40 chilometri per raggiungere casa nella notte.

Da tempo sognavo un viaggio di questo tipo. I tempi e le situazioni non sono mai state favorevoli fino ad ora. Una cosa che mi ha sempre frenato è stata l’impossibilità di fare tante ore in bici in giorni contigui. Ho sempre avuto problemi al soprasella. Dopo una giornata di 12 ore o più in sella, il giorno successivo mi era quasi impossibile risalire in bici. Quest’anno ho risolto il problema iniziando a viaggiare senza fondello nei pantaloni. Ora non ho più limiti. Ho viaggiato, in media, 12 ore al giorno per 6 giorni consecutivi senza problemi.

A volte la soluzione di un problema banale apre le porte a cose ritenute impossibili.

Ancora, a volte, la soluzione del problema non è da ricercare fra le teorie e i consigli degli esperti e degli studiosi ma solo sperimentando su se stessi. Questo viaggio mi è piaciuto tanto, ma proprio tanto. Ora le condizioni sono favorevoli e tutto è pronto.

Non sarà l’ultimo.

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