Lost in Prealps, il sentiero dei racconti

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Prima di Lost in Prealps, evento che si è svolto il 23 e 24 giugno nelle Prealpi Trevigiane, abbiamo fatto un’intervista all’organizzatore, Manuel Gatto, che potete rileggere qui.

A qualche giorno dalla fine condividiamo le impressioni di Eric Scaggiante, il ciclista che detiene ad oggi il record di percorrenza in 17h 40m di questo percorso.

Lost in Prealps è un trail che mi ha stupito per diverse ragioni, un percorso del tutto inaspettato al di sopra delle aspettative dal primo all’ultimo chilometro.

Tutto inizia qualche ora prima di andare a dormire.

E’ Venerdì sera quando scarico la traccia gpx, la guardo qualche minuto per poi caricarla al sicuro nel mio amato Garmin etrex. Preparo la borsa da bikepacking inserendo i soliti vestiti da freddo, le batterie caricate, quattro panini al latte con miele, noci e bresaola (quanto basta per stare sereno ed uscire con qualche amico a fare serata).

Obiettivi per il giorno dopo: nessuno.

Niente tabelle di marcia, grafici altimetrici stampati sulla pipa, niente stime di arrivo. In giri come questo “meno so più me la godo”. Deve essere un’avventura e una scoperta ad ogni chilometro.

Chissà se spiana dopo questa… l’Adriatico all’orizzonte segue la curvatura della terra… Una mulattiera tira al 25%…
Sono m
igliaia i pensieri prima di appoggiare la testa sul cuscino e crollare nel sonno più profondo.

E’ Sabato: carico le borse sulla mia Cannondale caadx e arrivo puntuale alle 8:00 da OCIOO. Tempo di scambiare qualche opinione con gli altri partecipanti, un caffè al volo e parto subito. Pochi km di bitume mi accompagnano all’imbocco del sentiero degli Ezzelini e poi su, una smorzata alla gambe fino alla Madonna del Covolo ad imboccare il 105. Questo sentiero, da molto tempo nella lista delle cose da fare, è tosto e tecnico: uno di quelli che obbligano a tenere le mani fisse sui comandi e gli occhi piantati sul fondo per cercare la via migliore tra i sassi.

Devo tenermi in equilibrio sul bordo della strada: a un fianco lo strapiombo nel bosco, all’altro la parete di roccia.

Salgo, accarezzato dai rami delle piante, sempre più su, a suon di mezze pedalate nei tornanti e piccoli sprint per superare i tratti più insidiosi. Arrivo in men che non si dica al rifugio Ardosetta. La mulattiera 105 è di certo il preambolo del restante trail che avrei affrontato.

Arriva finalmente la discesa e mi butto a tutta dal Grappa al Pian delle Mure, poi su al Salto della Capra e giù per il versante nord verso Alano di Piave. Passo per il ponte di Fener fino a S.Vito di Valdobbiadene, dove mangio in corsa il primo paninetto ‘gourmet’ della giornata.
Mi inoltro in un istante dentro i serpentoni di cemento che si snodano su fino al Monte Cesen.

Tengo il gas a martello e mi sembra di volare come i motori delle auto da rally che sento sfrecciare tra prove speciali qualche centinaia di metri sotto di me.

(Nulla a che vedere con il Gruppo B di una Delta S4, di una 037, o dell’Audi 4), e poi via giù nel bosco verso Posa Puner, un bosco selvaggio, tosto e cattivo, tanto da obbligarmi a un po’ di portage (la scena e le invocazioni non erano tanto eleganti quanto questa parola) a conferma di quanto fosse “lost” questo trail.

In un tempo che mi è parso una frazione di secondo, passo dal bosco violento ad un prato mansueto con sei caprioli che non si accorgono di me, proprio come io non mi accorgo di una bella boassa (mucchio di sterco, ndr) che da lì mi sarei portato dietro fino all’arrivo, come un amuleto scaccia guai.

Arrivo dritto a Posa Puner dove a darmi il benvenuto c’è Manuel, il disegnatore della traccia. Mi concedo un caffè-latte, una crostata con panna ed un succo al mirtillo, giusto per riprendermi dai primi 85 km. Saluto tutti in fretta e proseguo sulla strada delle malghe fino ad un sentiero molto sconnesso in mezzo al bosco, che mi costa circa quaranta minuti di portage per 1,5 km: io a sinistra, la bici a destra, al centro solo pietre ed erosioni causate sicuramente da una passata alluvione. Vado avanti così fino ad arrivare al Passo di Praderadego dove inizia la seconda lunga picchiata a valle.

Percorro qui qualche chilometro Gravel nel bel mezzo di antichi borghetti. Cercando di rifiatare, mangio il secondo paninetto ‘gourmet’ prima di risalire il Pian delle Femene. Sulla cima di questo colle, scopro il pezzo più emozionante del trail. In lontananza a nord-est vedo il Col Visentin, mentre a sud la pianura si estende fino alla costa, che lascia a malapena intravedere la laguna di Venezia.

Sotto le mie ruote pezzi in singletrack, erbe, prati inglesi e luoghi che non sapevo nemmeno esistessero. Rimango senza parole ed entro in uno stato di trance da cui mi risveglio solo all’inizio dell’asfalto.

Poi ecco il giaron (ghiaione, ndr) con la lunga salita fino al rifugio.

Sfibrato, deliziato, sofferente e stanco, ripenso ai caprioli e alle lepri che ho incontrato sul percorso e li immagino sotto forma di ragù nella pasta, sapendo che da lì a poco me li sarei “pappati di gusto”.
Sono le 20:15 di un sabato sera di giugno e prima di concludere la salita mi fermo qualche minuto.

Un alito di vento rompe la quiete; mi distendo su una montagnola di rami, erba e torba secca prima di affrontare gli ultimi tornati che mi separano dalla cena, e guardo il cielo azzurro, velato da qualche nuvola.

Arrivo con calma al rifugio, entro, e mi ritrovo lì in compagnia del cuoco, l’oste, quattro amici e amiche dei primi due, e due tecnici accampati lì in attesa di mettersi all’opera con la manutenzione dei ripetitori. Ordino: “Pasta al ragù, ragù di selvaggina o normale? chiede l’oste, “Selvaggina” rispondo sicuro. Sul tavolo un cestino di pane, acqua e una zuccheriera. Mangio quindi il cestino di pane guarnito con lo zucchero come antipasto. Arriva il mio piatto, che divoro in quattro secondi, seguito dal dolce con tanto di flacone di panna spray con cui ricopro il piatto a dovere.
Bevo un caffè lungo, scambio due parole e due risate con tutti i presenti, pago, al salto una grappa agli agrumi e inizio a vestirmi con gli indumenti invernali.

“Attento ai lupi!”

mi urla in lontananza la signora mentre riparto a luci spente per godermi l’arancio delle ultime luci dietro le dolomiti.

Da lì tutta discesa, ottima per la digestione, fino al Lago di Santa Croce. Ora tocca all’ultima salita fino al Pian del Cansiglio. Mi sento rinvigorito ma mentalmente stanco: quella spossatezza mentale ideale per salire durante la notte, quella che ti porta in uno stato di semi incoscienza che fa girare più le gambe e meno la testa. La luna non è piena ma abbastanza luminosa per riflettere la mia ombra a terra sulla cementata chiara che porta all’ingresso della magica strada del Taffarel.

La salita è finita e mi risveglio da quello stato di trance. Di tanto in tanto vedo una o più coppie di occhi luccicanti tra le sfilze di alberi e percepisco un leggero timore misto a curiosità. “In fondo siamo tutti animali, tutti uguali nel profondo” mi ripeto in testa per tutti quei chilometri che sembrano infiniti su e giù per la faggeta. Il sentiero zebrato, il bianco del giarin e il nero delle foglie a terra, gli alberi grigio scuro su di uno sfondo tenebroso, spettacolare.

E’ da poco iniziata la domenica, è notte fonda e dal sentiero mi ritrovo di nuovo sulla strada verso Passo Crosetta. Davanti a me le luci arancioni della pianura mi fanno percepire il calore della valle che comincia a riaccogliermi. Arrivo a Vittorio Veneto, felice ed orgoglioso, fiero di quelle montagne che da sempre ho desiderato scoprire: 200 chilometri fatti tutti di un fiato, duri, intensi, ma molto speciali.

Un trail magico, di quelli che non ti aspetti, un’avventura che resterà nella mia memoria per sempre. Il sudore e il caldo in salita, il freddo in discesa alla sera, gli animali, la natura selvaggia, i paesaggi mozzafiato, i sentieri sperduti in parte cancellati dall’erba e le strade che potrebbero raccontare chissà quali storie.

Intanto, questa è la mia. Chissà se in futuro potrebbe essere la vostra.

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