Nel senso del gravel

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Insomma, sono riusciti a venderci la terza IRRINUNCIABILE bici, si, per qualcuno magari è la seconda, per qualcuno, pochi virtuosi in odore di santità, è diventata l’unica, la bici tuttofare. E si che il mercato, fino a ieri, non sembrava proprio permeabile all’arrivo di un nuovo soggetto, ma il grande ciclismo nasce così, da una fuga strana, improbabile, che poi si traduce in un capolavoro e diventa leggenda. Una bici da corsa che va su sterrati. Sempre sia lodata la Mountain Bike, ma… mancava qualcosa.


Soprattutto di recente con una progressiva specializzazione ed aumento delle prestazioni anche a gamme basse, è venuto a crearsi un vuoto nel cuore degli utenti.  Ma non bastava una buona bici da corsa? Una MTB un po’ corsaiola? No… Lungi dal voler coniare un nuovo monoteismo a due ruote (anche se molti ci provano), chi prende una gravel lo fa per tante ragioni e tanti sentimenti. Le ragioni possono essere quelle di una bici comoda con cui fare un po’ tutto e farlo benino, stando fuori dal traffico, in un clima meno competitivo, rispetto alle altre discipline storiche. Il massimo rapporto tra flessibilità e prestazioni pur tirandosi parzialmente fuori dall’ambito competitivo. Peccato che l’amore non lo si faccia con la testa, qui c’è qualcos’altro. Per come ho avuto modo di capire, il gravel è un generatore di connessioni, va a stuzzicare la ricerca di nuove strade, strade spesso dimenticate che danno una forma diversa al territorio e alle sue relazioni interne. Le strade asfaltate sono grandi, piccole, primarie, secondarie;  le strade non asfaltate sono solo secondarie, ma soprattutto possono essere dei “ponti” tra una strada e un’altra. È una sorta di acceleratore di particelle cartografiche che mettono insieme luoghi la cui separazione sembrava ormai decretata per legge. Il gravel è, almeno in parte, una forma di ribellione, il che non è sempre un bene, ma  può essere molto divertente.

Sicuramente i nuovi dispositivi gps cartografici fanno moltissimo il gioco del gravel, così come i programmi, sempre cartografici, che permettono di visionare i percorsi più originali e di verificarli (si spera!) creando così delle reti, se non dei veri e propri eventi.

I ragazzi adorano trovare i “passaggi segreti”, ecco, il gravel stimola molto questa ricerca e la sua condivisione: “il piacere della scoperta”, per dirla con Alberto Angela (sempre sia lodato).

Poi c’è anche un altro fatto, un po’ delirante, inconfessabile, ma ben innestato nel subconscio di ogni buon gravellaro: un ancestrale bisogno di ridondanza, in opposizione all’iperspecializzazione biomeccanica degli ultimi decenni. Praticamente, metti che c’è un terremoto, una guerra termonucleare, un’eruzione vulcanica, meteoriti a caso, la rivoluzione e cose così, e che le strade, inevitabilmente si rompono un po’ tutte: con la bici da corsa, tutta bellina e leggerina dove vai? No, non ce la fai, con la mountain bike al massimo scappi in montagna, se non ti beccano prima, dato che in pianura sei fermo. Con la gravel, invece vai ovunque e ci vai bene, alè alè, poi magari ogni tanto la porti a spalla, ma poi subito in sella. La Gravel, insomma, è la bici che userebbe uno come Mad Max, quella che nei film vedi uno straniero, che poi è l’eroe, che arriva sollevando una nuvola di polvere in lontananza, mascherato da un paio di occhiali fascianti, bardato e sporco peggio di Trinità e che si sente chiedere:
“eeehi, straniero, da dove arrivi?…”

Ecco, qui ci vorrebbe una risposta fighissima alla Clint Eastwood, ma io non sono Clint Eastwood, quindi la lascio in bianco, e ognuno ci mette quello che vuole…

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