Patrizia Targhetti: come ho conquistato lo Stelvio

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Cosa mi spinge continuamente a salire sullo Stelvio?

Si tratta di qualcosa difficile da spiegare, anche perché ha poco a che fare con il ciclismo, anche se in fondo ci salgo pedalando. Qualche premessa però è d’obbligo per chi non mi conosce.

Pedalo relativamente da poco, ho preso la mia prima bici da corsa alla fine del 2013 dopo un periodo di stop forzato da qualsiasi sport durato due anni, due interventi e tanta fisioterapia a causa di una caduta da cavallo.

Dopo due settimane che avevo preso la bici, dei ciclisti simpaticoni mi hanno convinto ad uscire con loro e mi hanno portato a fare una salita in Oltrepò Pavese, per l’esattezza la salita di Canneto da Beria. Oggi direi “niente di che in effetti” ma non è da proporre a chi pedala da due settimane! Da quel giorno ho avuto il rifiuto di fare qualsiasi tipo di salita, anche un cavalcavia.

Il 2014, infatti, è corso via tutto in pianura, guadagnandomi l’appellativo, scherzoso ma non più di tanto, di “schiva salite”.
Finché un bel giorno di inizio primavera 2015, in un momento di rabbia, sono uscita di casa per fare un giro in bici senza una meta ben precisa e mi sono ritrovata a salire al Penice (andata e ritorno da casa 170 km).

Sono arrivata a casa che non sapevo nemmeno più come mi chiamavo ma la soddisfazione di essere arrivata da sola dove non avrei mai pensato di arrivare è stata tantissima.

Presa dall’entusiasmo mi sono iscritta alla Novecolli (mai fatto una granfondo prima di allora) e all’annuncio della malefatta mi sono sentita chiedere “Ma stai bene? Sicura?”

Prima Novecolli (quattro colli a dire il vero) fatta sotto al diluvio e allo sbaraglio completo, non avevo la minima idea di cosa stavo facendo, ma ormai il blocco antisalita era superato.
Poco dopo mi iscrissi alla Re Stelvio Mapei sfidando i pareri contrari ( “Ma dove vuoi andare tu a fare lo Stelvio? Non è mica uno scherzo!”)

Il il 12 luglio 2015 ero a Bormio pronta-per modo di dire- ad affrontare questa salita di cui avevo sempre sentito parlare in modo epico, ma che non avevo mai fatto, nemmeno in macchina, e non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi.

Come mio solito me la sono presa con calma rapita dal paesaggio, era la prima volta che pedalavo sulle montagne vere, e avevo scelto di provare questa esperienza con lo Stelvio.

Uhm, a rileggermi qualche dubbio sulla mia sanità mentale comincio ad averlo pure io.

Comunque le pendenze mai estreme non mi hanno messo in crisi, i ristori ogni 5 km hanno aiutato e pure le soste per le foto, perché è impossibile fare quella strada la prima volta e non fermarsi a fare delle foto.

Mentre pedalavo da sola, anche se circondata da altri ciclisti, la mente viaggiava, ed i pensieri si rincorrevano mentre salivo: possibile che ce la stessi facendo da sola?

Chissà se mio padre quando correva in bici aveva mai fatto lo Stelvio… non me lo aveva mai detto. Mi sarebbe piaciuto quel giorno averlo al mio fianco e non solo nel cuore.

Arrivata al passo mi sono emozionata, commossa, sono salita oltre il piazzale del passo, raggiunto il rifugio Tibet e dietro un piccolo cumulo di neve sono scoppiata a piangere vedendo il panorama da quel punto.

 

Io, la schiva salite, quella che “non ce l’avrebbe mai fatta” avevo conquistato lo Stelvio, dove volano le aquile, il sogno di ogni ciclista!

Entusiasta di quell’esperienza, rapita e innamorata di quel luogo decisi a fine agosto di tornarci per lo Stelvio bike day. Fu un fine settimana bellissimo, incrinato però da una separazione che incrinò l’immagine che avevo di quelle alture.

Non mi andava bene, lo Stelvio era mio e non volevo che un brutto ricordo coprisse tutte quelle emozioni. Quando un lutto sconvolse la primavera del 2016, il vuoto dentro si fece enorme e solo la bici mi faceva stare bene.
Lo Stelvio mi stava chiamando.E allora Stelvio-Santini 2016.

Dovevo tornarci, dovevo cancellare quel brutto ricordo, dovevo tornare a riprendere la mia autostima e la mia serenità, e volevo vedere il passo con la neve.

Le previsioni per quel giorno non erano delle migliori, davano probabile pioggia in valle (che vuol dire possibile neve in vetta). La mattina le vette intorno a Bormio erano innevate.
Sono sincera: ero piuttosto preoccupata, io ciclista di pianura non avevo mai pedalato al freddo in montagna, ma non avevo la minima intenzione di rinunciare.
A metà della salita, all’altezza delle cascate del Braulio i primi fiocchi di neve misti a pioggia fine.

Salivo con la forte tentazione di girare la bici e scendere, ma è stata più forte la voglia di arrivare su. Piano piano, metro dopo metro ho letteralmente attraversato le nuvole e sull’altopiano della terza cantoniera il tempo ha dato un po’ di tregua.

“Passata la terza indietro non si torna” è diventato il mio motto, ormai il più è fatto, non si può rinunciare a quel punto, cascasse il mondo.
E quel giorno, da totale inesperta, sono salita per la terza volta prendendo pioggia, neve e grandine. Ma appena arrivata al passo è uscito un raggio di sole, dopo aver attraversato tutto quel grigio, a stento trattenevo la commozione, il terzo Stelvio era conquistato.

“Anche la 666 ha raggiunto il passo… mi verrebbe quasi voglia di ringraziare chi, un paio di anni fa, mi disse che non ce l’avrei mai fatta” (26.95.2017)

Ormai lo Stelvio non è più una sfida: è come tornare a casa, è un posto dove mi sento bene, sono serena, è probabilmente il posto più vicino al cielo che riesco a raggiungere con la bici, con le mie forze, e ogni volta che ci salgo mi sorprendo di quanto una come me riesca a salirci, in ogni condizione, sia fisica (ci sono salita due volte dopo essere stata male il giorno precedente) sia atmosferica.

Da quel lontano luglio 2015 sono salita al passo 18 volte, ed ogni volta emozioni diverse e sempre bellissime, il suo richiamo è forte, non vedo l’ora di tornarci, e per ora l’inverno ha regalato tantissima neve! La primavera 2018 si preannuncia movimentata!

 

Ilaria Arghenini

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