Sali sul Nivolet sbagliando tutto, e sarà bellissimo lo stesso

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Di Fabio Galli

NIVOLET

– km. 362

– dislivello: 4284

– ore totali: 23

– ore in sella: 19

– media: tante, di birra

A parte quelli relativi alla birra, i numeri non contano nulla, conta solo il resto.

Sveglia alle 3 del mattino. Ho messo il volume basso alla sveglia per non disturbare gli altri. Risultato, si sono svegliati tutti tranne me. Mia figlia dal piano di sotto è salita dicendo: “papi ti sta suonando la sveglia da mezz’ora se non la stacchi prendo la bici e vado io”.

Assonnato, faccio colazione veloce e non faccio passare l’ora canonica di “decompressione” a cui sono abituato. Non è la giornata giusta, esco di casa di cattivo umore. La bici è già caricata in macchina (che mi sono fatto prestare) da ieri. Parto. Sulla tangenziale est mi accorgo di non aver preso né soldi né carta di credito. Giro la macchina e torno indietro. No! Non è la giornata giusta.

L’obiettivo è quello di arrivare fino a Santhia in Piemonte in auto, scaricare la bici e partire. Alla barriera di Milano ovest sono già stanco di guidare, ho paura che mi prenda un colpo di sonno. Non è la giornata giusta, continuo a rpetermelo. Sono in ritardo, di cattivo umore e ho tanto sonno. Arrivo all’uscita di Arluno, esco, trovo un parcheggio, scarico la bici e parto da lì. Non ho un motivo, una ragione valida, ho solo voglia di fare così.

Voglio andare sul Nivolet. Ho visto le foto, sembra bello. Ho preparato una traccia che parte da Santhia. Invece di fare la strada più breve da Arluno verso il Nivolet, arrivo fino a Santhia. Ho preparato una traccia che parte proprio da lì e voglio farla tutta. Da Santhia inizio a seguire la traccia. Spettacolare! Praticamente tutto fuoristrada gravel fino a Pont Canavese. Mi diverto, il mio cattivo umore è già allo stato “buono”. Si, potrebbe anche essere la giornata giusta.

Da lì, dopo un breve tratto di statale, inizio ad uscire dalle strade trafficate. Attraverso i borghi, passo sui ponti sopra il fiume, guido in fuoristrada nel bosco. Mi diverto tantissimo. I borghi montani del parco del Gran Paradiso hanno un fascino speciale. Sono abitati da gente semplice che si siede in compagnia davanti all’acqua e prepara le patate per il pranzo. Se gli chiedi se puoi prendere l’acqua per le borracce, ti offrono anche il caffè.

Da Pont Canavese in poi è salita vera. Arrivo all’attacco della salita del Nivolet stanco e affamato. Sono le 14 e ho già tanti chilometri nelle gambe. A quota 1600 mt decido di fermarmi per un panino e la prima birra della giornata. 45 minuti di pausa e attacco il Nivolet vero. Da lì in poi la salita è veramente dura, oltre i 2000 mt. non si respira, fa freddo, ma la strada è bellissima.

Arrivo in cima alle 16 passate, quasi le 17. Fa freddo e tira vento. Giusto il tempo di un paio di foto e decido di scendere. Il Nivolet è stupefacente ma il mio viaggio mi sta piacendo per altre cose.

Ero partito di cattivo umore ma la strada, il “gravel”, i paesi, mi hanno riconciliato con il mondo.

Stranamente non mi soffermo sul panorama, sui laghi sotto. Voglio scendere e attraversare la valle per i centri dei borghi e le stradine che li congiungono. Questa è la cosa che sto cercando e che mi interessa di più in questo viaggio.

Nei paesi, quando mi fermo, le persone mi chiedono cosa stessi facendo e io gli spiego il giro che ho fatto. Mi dicono che sono matto (ci sono abituato) e mi suggeriscono itinerari da seguire lungo la valle.

Pedalo, faccio alcune soste e arrivo a Ivrea dopo le 20. Ho fame e sono stanchissimo. Comincio a pensare che non ce la farò a raggiungere la macchina ad Arluno. Mangio una pizza e stancamente riparto. È buio e inizia a piovere. Decido di prendere un treno, non ce la faccio più. Troppe ore, troppi chilometri, troppa salita. Mi fermo in stazione, non so dove, e apprendo che il primo treno per Milano è domani alle 6.

Mi faccio forza e guardo la bici: “Siamo soli, io e te”.

Mi prende un po’ di sconforto. Non ce la faccio proprio più a pedalare e ho il sedere che non riesce più a stare in sella, mi fa male. In più, il fondello mi ha tagliato nelle parti basse, mi fa veramente male. Proseguo fino a che trovo un bar con tavolini fuori, luci soffuse e un po’ di bella gente allegra. Ha anche la birra weiss, per me il massimo! Bevo e tolgo il fondello, resto solo con i pantaloncini. Riparto dopo un’ora abbondante. La birra ha fatto il suo lavoro di reintegrazione dei sali e pedalare senza fondelo non mi fa più male. Ha anche smesso di piovere. La traccia che ho mi porterebbe a Santhia e quindi non la seguo più. M’invento un po’ di strade. Seguo i cartelli dei paesi che conosco e che, mi sembra, siano verso Milano. Ogni tanto guardo il GPS e cerco di orientarmi.

Pedalo nella notte, pedalo, pedalo. E’ notte, in giro non c’è nessuno. Mi sembra infinita. Il Piemonte non finisce mai!

Io devo arrivare in Lombardia e poi a casa che domani lavoro. Ogni 15 km mi fermo e mi siedo a terra per 5 minuti e poi riparto.

Arrivo ad Arluno. Il parcheggio dove ho messo la macchina mi pare un miraggio. È notte fonda, quasi mattina. Arrivo e non ho nemmeno la forza di mettere la bici in macchina. Ci entra al terzo tentativo.

Così è troppo, ne sono consapevole. Ma come al solito mi resteranno impressi nella mente solo i ricordi belli e la prossima volta, lo so, farò lo stesso.

Quanti km ho fatto? Quanto dislivello? Non mi interessa. Ho semplicemente un altro viaggio da riservare per la memoria.

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Fabio Galli
Sono il proprietario di un negozio di bici con un passato da manager di multinazionale, ne ho viste di tutti i colori. Oggi, ho la fortuna di fare un lavoro che mi permette, ogni giorno, di vivere le mie passioni. Lavoro a Monza e abito in Brianza. Uso la bici tutti i giorni e di tutti i tipi, la MTB, la strada, l’eroica e, da qualche anno, la gravel. Da quando utilizzo la gravel, non ho più limiti. Posso uscire la mattina alle 4 e tornare la mattina successiva alle 6 dopo 350 km.

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