Gravelness Canal Paddy 69, 2019: no pain no pint

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Il Gravelness Canal Paddy è un evento gravel giovane, nato solo l’anno scorso. Come tutti gli eventi belli, ben organizzati e con lo spirito giusto (quello gravel, ovviamente) si è già affermato ed è diventato uno degli eventi imperdibili.

Ma qual è lo spirito giusto per un evento gravel? Poche e semplici regole: nessuna iscrizione, nessun costo, partenza alla francese (ognuno parte quando vuole), nessuna classifica, nessun premio (nemmeno il prosciutto tanto ambito dagli agonisti), non si fa una gara, nessuna indicazione sul percorso ma solo una traccia gps da seguire; ognuno è responsabile di se stesso. In cambio, si ottiene un bel percorso gravel, un bel gruppo di persone che pedala insieme col medesimo spirito, nuovi amici, e il “terzo tempo” a mangiare e bere birra tutti assieme. Per me, “pioniere” della prima edizione, è la seconda partecipazione a questo evento.

La mia partecipazione è stata in dubbio fino alla fine. La sera prima ero impegnato all’evento “100 birre x 100 amici” che organizziamo in concomitanza del compleanno di Novobike. Dal titolo dell’evento, si può facilmente intuire che non si può andare a dormire prima delle 3 con meno di due litri di weiss in corpo. Ma i continui inviti a partecipare mi convincono a fare il possibile per esserci.

La sveglia alle 6, dopo tre ore di sonno, è come un fulmine che mi coglie in piena notte. Mi alzo, preparo la colazione e fatico a trovare la tazza di latte in cui inzuppare i biscotti. Angelo viene a prendermi in macchina alle 7,30 ma io ho ancora un sacco di cose da fare: devo trovare i vestiti per la bici sparsi ovunque, fare i panini con la nutella, preparare la bici, impostare il gps. La mattina presto, dopo non aver quasi dormito, fare tutte queste cose nella giusta sequenza è complicato. Si rischia di spalmare la nutella sull’intimo termico. Per fortuna, tutto va per il verso giusto e prima delle 9 siamo a Pogliano Milanese per la partenza.

C’è un sacco di gente a dimostrazione del fatto che l’evento, anche se giovane, piace.

Alle 9,00 in punto, Franco Limido suona l’armonica, caratteristica saliente e imprescindibile di questo evento, che dà il via. Si aprono le danze, si parte. Nessuno può partire prima del segnale, però può farlo dopo, quando vuole.

All’inizio il gruppo di cui faccio parte è numeroso, poi restiamo in pochi, c’è chi va più forte e chi più piano, chi fa una pausa e chi continua.

Restiamo noi:

Patrizia (la Patty), colei che ha fatto dello Stelvio il suo orto di casa; colei che coltiva muschi e licheni alla quarta cantoniera; colei che agli eventi gravel si mette davanti e mena come il boxeur des rues. Oggi è un po’ sottotono a causa dell’influenza ma è sempre lì, che non molla mai;

Filippo (doc), la locomotiva. Oggi è in super-forma: emerge dopo il sessantesimo chilometro, si mette davanti e mena. Non c’è verso di provare a passarlo, anche solo per farlo riposare un po’. Si rimette davanti subito e torna a menare;

Giuseppe (Cius Sep), il dragatore del Ticino. Buca. Gira la bici sottosopra per togliere la ruota posteriore con la borsa sottosella aperta e invade il Ticino di tutti i suoi averi: chiavi, portafogli, calzini. Sì, calzini. Mi chiedo ancora ora cosa ci facessero dei calzini nella borsa. Non gliel’ho chiesto per paura della risposta, non voglio sapere. Siamo ad un evento gravel, se fossimo mentalmente sani non saremmo qui;

Angelo (portapizza), l’altra locomotiva (ma solo per 60 km). I primi 60 chilometri sono ad appannaggio suo. Parte a razzo, si mette davanti e tira tutti. Nel gruppo iniziano i primi pettegolezzi e la solita domanda retorica: “ma ce la farà ad arrivare alla fine?”. Bene, ce l’ha fatta arrancando nel finale. Quello che ha fatto nei primi 60 chilometri gliel’ho insegnato tutto io; quello dopo, l’ha imparato da solo;

Max (tubeless tutta la vita), nuova conoscenza al suo primo evento gravel. Tante domande e stupore per il modo e la filosofia con cui si partecipa. Come dicevo, se fossimo sani mentalmente non saremmo qui. Si rivolge a me, credente, praticante e integralista del no tubeless dicendo: “pensavo non ci fossero alternative al tubeless”. Ok, sei dei nostri;

Io, indefinito, non pervenuto. Fate voi (disponibile a ricevere insulti nei commenti sotto).

Il gruppo così assortito, viaggia veloce. Angelo con la sua Breccia col portapizza anteriore fa l’andatura. Al minimo cambio di pendenza, anche un semplice cavalcavia, Giuseppe scatta. Se non fosse per le mille soste per i motivi più disparati, soprattutto fisiologici, saremmo a ritmo Ciaparat. Ma loro la tengono o non gli scappa proprio?

Caratteristica principale del Gravelness Canal Paddy è l’acqua. Si è sempre in fuoristrada o stradine asfaltate secondarie affiancate da corsi d’acqua. Il canale Villoresi, il Ticino e i suoi canali, gli scolmatori. Siamo in pianura, non ci sono salite e discese ma è bello lo stesso. Il panorama con l’acqua a fianco è sempre gradevole. C’è il sole, anche la temperatura si è alzata rispetto a quella della partenza ampiamente sotto zero. Si pedala ad andatura sostenuta ma non eccessiva. Si sta bene.

Si entra nel parco del Ticino e qui iniziano i trail guidati e tecnici. Questo è il mio mondo. Io, succhiatore di ruote per eccellenza, scalatore e non passista, qui mi metto davanti e faccio l’andatura. Mi piace andare veloce, impostare le traiettorie, scegliere la parte di sentiero più “pulita” per essere più veloce e guidare bene.

Di questo passo, attraversando paesaggi incantevoli in una bella giornata soleggiata, raggiungiamo Vigevano dopo 65 chilometri. Vigevano, con la sua piazza Ducale, è una tappa obbligata. Ci si ferma, ci si siede ai tavolini all’aperto al sole e ci si beve una birra. Il gravel è questo, gli eventi gravel sono questo: bici e compagnia. Non bisogna arrivare per primi, anzi, più si sta in giro, meglio è. 6 ore sono meglio di 5 e 7 sono meglio di 6.

È una gara al contrario e chi arriva per primo si perde qualcosa.

Gli ultimi 50 chilometri, da Vigevano all’arrivo, sono quelli in cui affiora la stanchezza. Il gruppo chiacchiera di meno e alcuni non riescono più a tenere il ritmo “allegro” della prima parte. Per qualcuno inizia la sofferenza, per altri (io) i miraggi di una pinta piena di birra da gustare una volta giunto al traguardo. I 20 chilometri di scolmatore finale sono un po’ noiosi, si deve solo arrivare. Il gruppo si sfalda dato che c’è chi viaggia veloce per arrivare prima e chi si stacca per poter avere un ritmo più consono alle proprie condizioni fisiche.

A distanza di poche decine di minuti, si arriva tutti per dare il là al terzo tempo: in un evento gravel, è il momento in cui ci si siede a un tavolo tutti insieme a mangiare, bere e a raccontarsi come si è vissuto l’evento. Il terzo tempo al pub Paddy Cullens, luogo di partenza e arrivo, è di qualità elevatissima. Un piatto di pasta offerto a tutti e una quantità indefinita, talmente alta da non poter essere contata, di spine di birra disponibili.

Questo è come viene vissuto Gravelness Canal Paddy dai suoi partecipanti. Questo è il modo che preferisco di vivere la bici.

Ora, mentre scrivo a mente fredda, mi è molto chiaro perché il gravel non è una semplice moda e perché così tante persone, sempre di più, inizino a fare gravel e a partecipare ai suoi eventi.

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